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La bat-pietanza del famigerato mercatino di Wuhan, non ha solamente scatenato un terremoto nelle economie contemporanee. Come in un film gotico di Tim Burton, ha sancito anche la fine di tradizioni secolari ancorché, alcune di esse, considerate creepy ma pur sempre tipiche della quotidianità di un popolo.

Proprio mentre la città di Yulin, nel Guangxi, si appresta come ogni giugno a celebrare il Solstizio d’Estate col rituale “Festival dei lychee e della carne di cane”, dove migliaia di animali domestici vengono abbattuti; la provincia del Guangdong, la più popolosa del paese (quasi due volte quella italiana), ha vietato dallo scorso aprile qualsiasi commercio di animali selvatici e domestici come cibo. Da notare che il Guangdong, nella cultura cinese, è nota a tutti come il luogo in cui si mangia qualsiasi cosa che si muove, o per dirla con loro: «Qualsiasi cosa che ha la colonna dorsale non dritta» o «Qualsiasi cosa che ha quattro piedi e non è un tavolo».

Certo, alcuni dubbi rimangono, perché anche il famoso pangolino, scomodato dal suo anonimato durante le ricerche su cosa aveva creato il mega-ur-paziente-zero di Wuhan, era stato bannato da anni. Ma la prassi di alcuni locali era proprio quella di sfidare la legge e proporre ai propri ospiti di riguardo qualcosa di eccezionale e unico («dare la faccia», come si dice in mandarino). Per fare show-off. Un po’ come da noi si faceva quando qualcuno riusciva a mangiare sulle coste italiane o croate i vietatissimi datteri di mare, però in scala molto maggiore. Si pensi che il traffico degli animali esotici nei wet market cinesi, solo nel 2018 ha rappresentato un giro d’affari da 73 miliardi di dollari.

È così che, da sempre, tantissimi ristoranti cantonesi hanno avuto fattezze di veri e propri zoo, con gabbie di animali selvatici in bella mostra all’ingresso per il consumatore che fa la scelta. Al posto della carta con le portate e gli abbinamenti, ecco la gabbia con fagiani, pangolini, marmore, lontre, simil-pantegane, civette, pernici e pollami di tutte le fatte; ecco i vetri con serprenti, bisce, rettili e figure mitologiche striscianti; ecco le vasche coi velenosi pesci palla, con pesci dai becchi come anatre, con bocche come siluri, con baffi come certi imperatori austro-ungarici. Il tutto innafiato di fieno, sterpaglia e terriccio, odori forti, e in un angolo piu lontano gli stridulii degli animali al mattatoio e le asce gocciolanti (di qui il nome di wet market, perche il suolo è sempre bagnato da un misto di acqua, sangue di animali e liquami di ogni sorta).

Ecco, tutto questo, dovrebbe diventare come un film di una volta. Non solo. Il divieto del Guangdong sugli animali selvatici e domestici è solo il primo di una serie, che invoca il coronavirus ma non solo. A Shenzhen, la enorme città-conglomerato, centro del Pearl River delta e che si affaccia su Hong Kong, da maggio sono stati bannati i barbecue. E non si può certo dire che un angus o un kobe sono animali da salotto. La misura infatti è stata presa per prevenire e controllare l’inquinamento atmosferico. In particolare l’obiettivo è quello di mantenere il livello delle micropolveri pm 2.5, entro i 25 microgrammi per metro cubo. Tutto questo accanto anche alle limitazioni degli scarichi di auto e navi di vecchia generazione.

E a scardinamento delle ultime certezze anche lo spitting, lo sputacchio, potrebbe cessare di essere pratica igienica diffusa: a partire da questo giugno la provincia dello Shanxi, nel nord del paese, sarà la prima a proibire ufficialmente il classico raschiamento della gola e l’eiezione conseguente in luoghi pubblici. Le sanzioni sono cosi ripartite: se si sputa in luogo pubblico outdoor, dai 100 a 200 rmb di multa (15/25 euro circa); in luogo pubblico indoor da 200 a 300 rmb (25/35 euro). Se lo si fa in luogo pubblico chiuso ristretto, come su un bus o su un ascensore, la multa comminata sarà da 300 a 500 rmb (35/55 euro). Il tutto con segnalazione nel “patentino di credits e debits del cittadino” per comportamento non idoneo.

Se aggiungiamo che proprio in questi giorni a Pechino è stato vietato il classico Beijing bikini (l’abitudine estiva degli uomini pechinesi di arrolotarli la canotta a mostrare l’addome) e in altre province è stato vietato il copycat architecture (l’abitudine a costruire edifici che copiano il Capitol Hill di Washington,  il Sidney Opera House, la torre Eiffel, il campanile di San Marco, il Cremlino…), viene veramente da domandarsi che tipo di Cina incontreremo tra pochi anni.

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